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Maledizione. Madonna mistress!

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Questa è una storia di madonne e Madonne. Bestemmie e statuette. Scaramanzie e disastri sadomaso. La Madonnina, la statua dipinta d’oro in cima al Duomo di Milano, è il vero simbolo di Milano. Alla faccia di tante ditte più o meno meritevoli. O di personalità più o meno di statura. Leggenda vorrebbe che nessun palazzo possa essere più alto della Madonnina del Duomo. Quando il grattacielo (gratta-cielo, cioè edificio che infastidisce il cielo) più alto del mondo fu eretto da Pirelli, per aggirare la “regola” della Madonnina, si decise di porre in cima al Pirelli, noto Pirellone, una riproduzione della Madonnina. Questa, bonariamente e generosamente, da buona mamma tollerante e moderna come poche, decise di proteggerlo fino al 2002. (Poi qualcosa le diede fastidio, ma non ci è dato sapere cosa. Nè pensiamo mai di andare a distogliere il suo sguardo su Milano per chiederle mai cosa fu.) E un piccolo aereo fece scempio e vittime schiantandosi contro la bella steccona, madonnina tarocca inclusa. Si sa, la burocrazia politica è tentacolare e ha radici peggiori dei pini marittimi. Si espande, allarga, spinge, erompe e sconquassa. Così un giorno si sentì il bisogno di un “Altra Sede”. Più bello e più alto che pria. Si decise di edificare il nuovo rompicielo distruggendo un boschetto, quello di Gioa, che chi l’aveva donato, Giuditta Faini Sommaruga, VOLEVA che venisse utilizzato per “lenire le sofferenze dell’umanità, e che venga intestata in memoria di mia madre Emilia Longone vedova Sommaruga, portando il nome della stessa”.. Mica della regione lombarda.

Si è salvato solo un albero, illuminato per la sua “gioia”, giorno e notte, da fari di cantiere. Sui cadaveri dei suoi fratelli alberi è nato il grattacielo più alto di Milano - e chi se ne frega di quanti altri posti.

Anche qui sopra, tra sirene e botti, è stata posta una riproduzione della Madonnina.  Per capire in che tempi viviamo, ecco cosa scrive su “InFly”, in distribuzione “free” a Linate, piccolo aeroporto europeo, il signor F.G. per glorificare l’azione e il grattacielo.

(riferendosi alla Madonnina) “(…) una sua riproduzione è stata collocata (…) ora anche sulla vetta dell’Altra Sede. Il suo compito è di essere dominatrice, una mamma-mistress (…)”

E noi che pensavamo fosse stata messa lì come portafortuna. No, è cosa sadomaso. Schioccate le fruste, serrate le stringhe, che si bendino i sottomessi, che si fornichino i formigoni, che vengano impalati i pennivendoli.

Oh Madonna rimissata! Viva Giuditta.

(Poi dice che la Madonnina, più che portafortuna, preferisce farsi portaerei.)

Bastian Contrario

Una serata Bastian Contrario di dj Lueeza.

Antefatto:
Non vedi qualcuno da vent’anni, forse anche qualcuno di più. Quando vi conoscevate eravate ovviamente giovani, dotati di energia più o meno disordinata, voglia di far casino, conquistare il mondo. Lui aveva molto più talento di te, ma tu eri appariscente e il disavanzo si notava solo in parte. Quando le vostre strade si sono separate, tu hai smesso di usare la voce per cantare e sei diventata una voce della radio. Lui è andato avanti nel suo progetto, che poi è diventato il più grande gruppo rock italiano.

Tu sei partita per l’America, e quando tornavi in Italia vedevi il nome della band sulle cover di tutti i giornali musicali. Di questo eri molto contenta.

La loro storia l’hai seguita poco (eri lontana) ma sai che dopo il successo il gruppo si è sgretolato in anime diverse, e che lui ha fatto cose forse oscure ma prestigiose. Quando torni ogni tanto pensi che sarebbe bello rifarsi viva, ma figurati se poi si ricorda.

Fast Forward, fine maggio 2007.
da MySpace mi arriva un “ma dai???!” firmato Gianni Maroccolo, e il cuore mi salta in gola. Gianni: quanta musica, quante risate, quante sere a Firenze, a Barcellona, a Roma, e idealmente in capo al mondo! Gianni Maroccolo mi ha trovato per caso, navigando qua e là, e non solo mi aggiunge ai suoi amici sul sito, ma mi invita a un concerto che farà a Roma di lì a pochi giorni. Capisco subito che non mancherò quel concerto per niente al mondo: musicalmente mi incuriosisce, ma soprattutto non vedo l’ora di ritrovarmi davanti questa persona che -  inconsapevolmente - ha avuto una parte importante in un periodo confuso e cruciale, uno di quelli in cui impari un sacco di roba su te stessa e sugli altri e la metti da parte perché è addirittura troppa da smaltire tutta insieme.

Vado allo show - solo inviti, al Palladium che ancora non avevo visto rinnovato - insieme a Adriano che, essendo un bassista, non potrà non apprezzare…. e mi ritrovo rapita: il concerto presenta Bastian Contrario, il progetto di IG (Ivana Gatti + Gianni Maroccolo) con i video di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii. La musica è meravigliosa, lei è talmente brava e bella da togliere il respiro, i video ti ipnotizzano per davvero, la band è fantastica (c’è anche il batterista dei Marlene Kuntz, tanto per dare un tocco di stardom in più). Insomma, una serata che nasceva come piacevole dal punto di vista personale diventa una scossa di trasporto musicale.

Nelle musiche sento tante cose che mi riportano indietro nel tempo, ai Litfiba di Desaparecido e 17 Re, gli album degli anni della mia amicizia con loro. Sarà che sul disco ha suonato anche Aiazzi, ma l’identità c’è, eccome, anche se naturalmente è cambiato tutto il resto, c’è tanta elettronica e c’è questa donna/sirena al centro del palco (e c’è un’altra, fenomenale donna al violoncello, che suona e canta con un’intonazione perfetta). Tutto questo mi emoziona in maniera francamente inaspettata: vorrei tesserne meglio gli elogi, ma le parole si fanno piccole piccole di fronte a un collage così ben riuscito, elegante, trascinante.

Alla fine del concerto ritrovo altri vecchi amici, altre facce che negli ultimi anni ho visto poco e niente. Anche questo contribuisce alla riuscita del tutto: è come se questa serata strappata alla mia conservativa routine infrasettimanale volesse rendersi perfetta per farmi perdonare il sonno totale che sentirò il giorno dopo. La chiudo emozionata come una bambina, finalmente di fronte a Gianni nel backstage: gli anni sono passati ma gli abbracci sono forti come una volta, e se ci fosse più tempo, meno gente, se Guglielmi chiacchierasse di meno, vorrei raccontargli la mia vita e sentire la sua. Non è così: ma torno a casa con la sua musica in testa, con la promessa di trasmetterla quest’estate in radio, con la certezza che da qui alla prossima sigaretta fumata insieme non passeranno altri vent’anni. Soirée Bastian Contrario a lietissimo fine.

Citta’ che brusceno

Dopo il boom di Frangetta e i piccoli bignami di luoghi banali di Milano e di altre citta’, alcune considerazioni di dj Lueeza


A proposito di città che bruciano:

Bruci la città di Irene Grandi è la canzone che in assoluto in questo momento mi piace di più. Me devo preoccupa’?
Difficile da ammettere, se non fosse che è una canzone talmente bella che basta immaginarla cantata da Chrissie Hynde o Alanis Morrissette o Shirley Manson o Aimée Mann ed ecco che i dubbi spariscono.

“Ah, ma e’ scritta da uno dei Baustelle”, mi e’ stato detto a giustificazione della sua bellezza. Beh, io non ho grande dimestichezza coi Baustelle, pero’ allora facciamoli scrivere di piu’, togliamo il patentino di autore a Gianni Bella che ormai ha perso sia il talento che la brocca e diamolo ai Baustelle, così magari avremo belle canzoni a scatafascio, con belle parole, belle progressioni armoniche (senza il forzato “famolo strano” del Raf più recente), begli arrangiamenti che manco sembrano italiani e così via.

Posto che il tempo ha dimostrato che e’ inutile immaginare un mondo senza nazioni e senza religione, possiamo almeno immaginare un mondo in cui le canzoni in Italia le scrivano solo Ruggeri, Fossati, Agnelli e i Baustelle? Sarebbe consolante, e se me lo concedete aggiungo anche Cremonini e Bennato ma proprio perché ha smesso di piovere e quindi mi sento particolarmente positiva.

In questo universo parallelo, non solo sarebbe proibito scrivere canzoni zuccherose (con qualche concessione: si puo’ scrivere di un amore andato a finire male ma solo se nello stesso brano si citano cose “peccaminose” come un pacchetto di sigarette o un paio di calzini sporchi) ma sarebbero puniti gravemente tutti coloro che prima fanno bella mostra del proprio talento, poi ci si crogiolano un po’ troppo, poi si perdono per strada e diventano insopportabili, come Avion Travel e Marlene Kuntz per intenderci. Nella Second Life del suono italiano voglio una gogna speciale tutta per loro, o meglio ancora un Golgota dove a fare la parte del ladrone pentito ci mettiamo Omar Pedrini e forse riusciamo a salvarlo in corner.

Vietato, vietatissimo anche scrivere testi che sembrano slogan pubblicitari, paragonare se’ stessi a tori od altri animali furiosi, riesumare ad ogni uscita lo stesso giro di accordi, lo stesso suono di chitarra, la stessa storiella di provincia della bassa. Vietato missare la voce COSI’ piu’ alta di tutto il resto, vietato urlare se si e’ una donna, vietato il “falsetto pezzaliano” per i maschietti.
Obbligatorio guardare in avanti e smettere di pensare che le pagine piu’ belle le hanno scritte Battisti e De Andre’: anch’io sento la loro mancanza ma sono morti, quindi bisogna cercare di far si’ che la vita (e lo show) continui, smettere di fare tributi e cagare qualcosa di degno.

Fortemente suggerito il confronto - impietoso - con i nuovi protagonisti del pop rock: non se ne può piu’ di sentir parlare di Mina come LA cantante per eccellenza, e quindi doversi sorbire Amalia Gre’ come “grande interprete”. Chi avra’ voglia di equilibrismi vocali, dovra’ andarsi a risentire Karen O. o Dolores O’Riordan - o per farla facilissima, dai, Anastacia - e la straordinaria tecnica di Giorgia acquistera’ la stessa rilevanza che nel mondo del virtuosismo chitarristico ha Joe Satriani: bravi, bravi, clap clap, avanti il prossimo.

Un bel bagno di umilta’ e poi tutti (anche Gianni Bella, se ci tiene) a scrivere nuove canzoni: che raccontino storie intriganti, che facciano promesse nei primi trenta secondi e le mantengano nei tre minuti successivi. Senza troppi effetti speciali, senza strafare: con gusto, intelligenza, con classe. Un pop di donne che una volta tanto non sono puttane, di cuori che forse non si infrangono (o perlomeno si lasciano applicare un po’ di scotch) e di uomini che non hanno poi cosi’ tanta voglia di lei e riescono persino ad essere fedeli. Eccheccevo’?

Il mistero di Mushki

di Lueeza

Mushki è la mia gattina di più recente acquisizione.
Era apparsa nel parcheggio del mio comprensorio a ottobre, piccolissima e sola. Mangiava quello che riusciva a tirare fuori dai cassonetti, poi man mano le persone l’hanno notata e - siccome è bellissima, e così minuscola faceva una tenerezza infinita - tutti hanno cominciato a darle da mangiare.

Io l’ho nutrita con maggior costanza e maggior furbizia: le ho dato subito un nome che lei ha imparato a riconoscere, ho cominciato a chiamarla e a farla arrivare fino al mio giardino per la sua razione di cibo, poi man mano ho spostato la sua ciotolina dentro casa. Mushki per qualche giorno mangiava e poi usciva, per poi mettersi a dormire in un cesto con un vecchio maglione posizionato sotto al barbeque, poi alla fine ha mangiato ed ha deciso di restere dentro casa.

Da allora non vuole più uscire, ha legato con le altre gatte e con noi, è cresciuta ed è sempre bellissima.

Oggi l’abbiamo portata dal veterinario per farla sterilizzare: da un rapido calcolo, se ad ottobre non poteva avere più di un paio di mesi, nel frattempo ne ha compiuti  8/9, quindi bisogna sbrigarsi perché il primo calore è dietro l’angolo (se non addirittura in ritardo).

Alle tre mi chiama il veterinario per farsi raccontare la storia della gatta: infatti l’hanno aperta e… non ha né utero né ovaie. Insomma, o è stata sterilizzata quando era piccolissima (ma così piccoli non li si opera), oppure è una micetta mutante. I testicoli non ce l’ha, quindi non è un maschietto.

Il mistero di Mushki, gatta dalla bellezza rara. Con sorpresa.

Tequila!

Di dj Lueeza.

Ho imparato a bere tequila da Willy DeVille. Ah certo, già la bevevo, ma assolutamente non nel modo giusto. Qualche bum-bum qua e là, sale e limone centellinati, un generale approccio da signorina: sbagliatissimo.

La doverosa premessa è che la tequila va innanzitutto capita: questo può accadere facendo un viaggio (in Messico, ovviamente), oppure sottoponendosi ad un’esperienza di gruppo, in cui la musica si faccia assordante e il ballo ti tolga il fiato. Alla tequila bisogna avvicinarsi o con un atteggiamento da turista-ricercatore, o con una sete ben collocata fra il misticismo e l’arsura.

Oppure ancora, si deve avere davanti un uomo che ne ha viste tante e fatte troppe, che solo a guardarti ti fa sentire zingara, che è capitato nella tua vita in una caspula spazio-temporale minuscola, poche ore al massimo in una città per lui straniera e che tu senti poco tua. Bisogna anche trovarsi in un contesto in cui tutto consiglierebbe di comportarsi in maniera educata e senza attirare troppo l’attenzione su di sé, ad esempio una cena organizzata da una casa discografica in un grande albergo.

La tequila arriva sul tavolo con gli spicchietti di limone e le prese di sale, ed ecco che tu, femminuccia che non sei altro, avvicini le labbra impacciate all’orlo del bicchiere. E’ solo l’inizio della serata, e vorresti che fosse lunga e divertente - quindi meglio non strafare, non sbronzarsi al volo, meglio metter su quella performance da europea indie-chic che ti riesce così bene. Sulla fossetta della mano sinistra, quella che si crea fra il dorso della mano e il pollice, hai già messo un po’ di sale e tieni la mano in rigido equilibrio per non farlo cadere - un po’ per non sembrare completamente imbranata, un po’ per scaramanzia. Chiudi gli occhi per bere il primo sorso.

Ma a quel punto tutto cambia. Ad occhi chiusi, senti che la tua mano viene presa con forza, e con forza leccata, succhiata, baciata. La tua mano non è più tua, se l’è rubata il corsaro di fronte e se la tiene stretta, lo capisci senza nemmeno bisogno di aprire gli occhi. Quando li apri, gli occhi, lo vedi che tracanna la sua tequila e poi divora la sua fetta di limone: poi mette il sale sulla fossetta della sua mano, ed è il tuo turno.

Una, due, tre volte e chissà quante ancora.
Gli altri al tavolo nel frattempo mangiano, non sai nemmeno se siano più imbarazzati o divertiti da quello che sta accadendo - ma non importa, perché tu, ora, sai cos’è la tequila, sai che ti farà entrare in un ascensore e poi in una lussuosissima stanza, e ti farà ridere e sognare e molto altro.
Una serata così, che speravi fosse lunga, dura tutta la vita: perlomeno quando hai un po’ di tequila davanti. Altro che recherche, altro che madeleines.

Tormentoni

Non il pezzo dell’estate ma la propria storia emozional-musicale.
Di dj Lueeza e dj Ted

Qui altre classifiche.

Il nuovo tormentone, in questo pomeriggio di mezza primavera: la top ten.
Abbiamo visto le chart di Rolling Stone sui dischi che hanno cambiato la storia, ma non sarebbe il caso diproporre le nostre classifiche? Secondo me rifare lo sforzo di tanto in tanto è una buona opportunità per fare un po’ di verifiche (sullo stato della musica e della propria memoria, soprattutto).

Ecco la mia - con l’annotazione che i dischi non sono in ordine “di arrivo” ma random. Cioè il primo per me è importante quanto l’ultimo.

Patti Smith - Horses
XTC - Drums and wires
Clash - London Calling
Pretenders - The Pretenders
Neil Young - After the Goldrush
R.E.M. - Life’s Rich Pageant
Joni Mitchell - Hejira
Sonic Youth - Dirty
Blur - Modern Life is Rubbish
Garbage - Garbage
Manic Street Preachers - This is my thruth tell me yours
Elliott Smith - Either/Or

Ok, non sono 10 bensì 12, ma dentro a questi c’è tutta lueeza, nel bene e nel male. Come generi spazio pochissimo, anche considerando i runner up che erano:
Lloyd Cole & the Commotions - Rattlesnakes
Urge Overkill - Saturation
Rolling Stones - Exile on Main St.
Ultravox  - Vienna
Beastie Boys - Ill Communication
Throwing Muses - University
Nirvana - Smells Like Teen Spirit
The Cure - The head on the Door
Gil Scott-Heron - Pieces of a Man
Liz Phair - Whip Smart
Siouxsie & The Banshees - Juju

… con poco più di una ventina di titoli avete la mia storia emozional-musicale. Prima che ve/me lo chiediate, Litfiba, Femmes e Rancid esclusi perché fanno classifica a parte.
Lueeza.

Gli 11 dischi più importanti della (mia) storia:

Harvest di Neil Young
BtR e Darkness di Bruce
This years’s model di Elvis Costello
Another Grey Area di Graham Parker
OK Computer dei Radiohead
Green dei REM
The Joshua Tree degli U2
AC/DC Back in Black
Breakfast in America dei Supertramp
The Velvet Underground (title)
Remain in light dei Talking Heads

Poi ci sarebbero quelli della mia storia recente, ma aspetto 5 anni almeno per scriverli.
Dj Ted.

Panorama e’ cambiato

Il test di dj Lueeza.
un’0pinione

E’ un pigro venerdì pomeriggio in un ufficio in cui tutto il top management ha l’abitudine di squagliarsela dopo pranzo per anticipare il weekend (fastidio, ti fa sentire quanto mai manovalanza sfigata) e quindi Lueeza per protesta decide di farsi un po’ di cazzi suoi.

Navigando qua e là, incappa nel bannerone “Panorama è cambiato” - con invito a sottoporsi a un test e la possibilità di vincere premi. Che barba che noia che barba, nemmeno guardo i premi ma decido che può valer la pena impiegare una manciata di minuti in un test che immagino di attualità. Dopo essermi registrata e aver raccontato a Panorama anche la struttura del mio dna (ma una bella registrazione light dove mi chiedi solo la mail no? tanto poi se mi chiami ti mando a quel paese…), vado col test - che contiene domande del tipo
“SE TUA FIGLIA TI DICE ‘MI SONO INNAMORATA DI RASHID, LO SPOSO E MI CONVERTO ALL’ISLAM, TU COSA RISPONDI?”
con possibili risposte
“STAI SCHERZANDO” oppure “HAI TUTTO IL MIO SUPPORTO”.
Beh, immaginatene altre 4 o 5 di questo tipo. Domande E risposte.
Vado avanti nel mare dell’ovvio, e finalmente arriva il risultato: la mia visione dell’attualità è quella di… “Opinionista televisivo”.

Ora mi chiedo: chevvordì?
Cioè sono una Maria Laura Rodotà ancora da scoprire, un Oliviero Beha in incognito, o piuttosto mi avvicino a Luca Giurato? Alla sempiterna ospite dei salotti Alba Parietti? Posso, per favore, optare per assomigliare di più alla Maglie che a Klaus Davi? La Dandini mi prenderebbe in trasmissione, o finirei relegata a L’Italia sul Due? Trovo profondamente ingiusto che mi si lasci così appesa con questo dubbio sulla profondità del mio pensiero.  Quasi quasi scrivo alla redazione di Donne e vedo se hanno un posto da schiava disponibile - qualcuno prima o poi noterà l’aura di opinionista che emano. Cominciamo dalle cose facili, e chissà, potrei finire nella giuria della Pupa e il Secchione.
Che Panorama deprimente. Buon weekend.

Lueeza

Lezioni a 33 giri

All’Auditorium di Roma lezioni di rock.


E’ gia’ il secondo ciclo di lezioni sul rock tenute da Ernesto Assante e Gino Castaldo nelle sale dell’Auditorium di Roma. Quello partito quest’autunno si sviluppa su 33 appuntamenti dedicati all’analisi di album storici. Ottima iniziativa che vede il tutto esaurito ogni domenica mattina. Quella scorsa era per Born In the USA di Bruce Springsteen. Springstiniani e figli a battere il tempo, le mani e ad asciugarsi qualche lacrimuccia.

Non ci sembra di aver visto sul programma Horses di Patti Smith.
Ce lo racconta per noi allora dj Lueeza.

Tutto e il contrario di tutto: Horses.
Uno schiaffo in bianco e nero. Un colpo secco, inaspettato, che ti lascia un’impronta radioattiva sulla faccia. Giri appena lo sguardo per vedere chi te lo ha assestato – così sonoro, così improvviso da riempirti di tutti i timori possibili: da quello più innocente della bambina scoperta a scambiare la merenda con l’amica del cuore, a quello associato con la pagella brutta, con la vergogna dell’inadeguatezza di fronte a una domanda difficile, per finire col timore tutto nuovo di adolescente, alle prese con quello strano calore che si sviluppa fra le gambe ogni qual volta passa Massimo della Quinta C.  Giri appena lo sguardo con la sensazione di avere fatto qualcosa di male, di brutto, di stupido, qualcosa per cui sentirsi in colpa, sporca, goffa, inadatta a qualsiasi ruolo la vita abbia deciso di assegnarti.  E’ il leitmotiv del periodo, dell’età: tutti ti dicono che passerà, come quei brufoli di merda che ti porti appresso tre settimane al mese; dicono che sia normale non capire bene chi sei, doversi scoprire, affermare, amare di giorno in giorno, ma tu proprio non ce la fai. Dovresti essere lì  a costruirti non dico una vita ma almeno un carattere, e invece sei blanda come e più dello stupido colore dei tuoi capelli, che non è castano, non è biondo, non è chiaro ma neanche scuro. Persino gli occhi ti cambiano colore a seconda della luce, le tette ti crescono ma poco, e a chiamarti è sempre e solo quella compagna di banco più sfigata di te. Hai 13 anni, e ti svegli ogni mattina pensando che forse una sorpresa, almeno una, ce l’avrai, che forse quello sarà il giorno giusto per guardarsi allo specchio e vedere – o almeno intravedere – una forma. Basterebbe un’idea, anche piccola, un barlume, un cerino che si accende ad illuminare questa tua esistenza amorfa, a dirti che non sei più bozzolo, che hai capito, hai sentito, hai provato, assaggiato una briciola di te stessa.

Hai 13 anni, due genitori apprensivi, una vita insignificante che solo la piscina e il pianoforte riescono a riempire un po’, sei la più piccola della tua classe e si vede. Hai vestiti della Upim, un visetto tondo, la cameretta dove timidamente hai attaccato qualche foto di Robert Redford e un poster dei Pink Floyd. La prima volta che hai preso il tram da sola ti hanno toccato il culo. Hai 13 anni  - ed hai prima di tutto paura.
E’ lì che ti arriva lo schiaffo. Ti piomba sul viso e all’inizio non capisci – non sai che quel giorno, quell’ora, hai imboccato la via per Damasco. Sai solo che giri i tuoi occhi allarmati e incontri una foto.

E’ in bianco e nero ma non importa, perché da quella foto ti arriva una luce accecante. Metti a fuoco lo sguardo ed incontri il suo, ed è tutto ciò che tu non sei, tutto ciò che adesso sai che vuoi, che puoi, che devi essere. Bruci, bruci, bruci, bruci tu e brucia tutto intorno, è tutta una fiamma che devasta la vita come la conosci, che si porta via le incertezze maldestre, timidezze, calzettoni, persino tua madre che ti dice come è andata oggi a scuola, tuo padre che ti guarda male se ritardi di mezz’ora e vagli a spiegare che il tram proprio non passava. Bruci tu, brucia il mondo, brucia l’anima. E’ bastato il nero di quegli occhi a fare piazza pulita, gli spigoli del volto, quella posa sfrontata da crooner d’altri tempi: al centro di tutto c’è una donna, con la pelle giovane e tirata, labbra sottili, polsi ossuti e mani grandi, mani sofferte, forti, che ti portano via per sempre. E’ una copertina, un bianco-grigiosporco con rasoiate nere alla Fontana. E’ la chiave che ti porterà – giovane Alice impacciata – ad aprire la porta per un giardino segreto e sconvolgente.

Quel disco lo compri, ovviamente, e ovvviamente lo ascolti subito. Entri vergine ed esci diversa: puttana, amazzone, sacerdotessa arrogante e orgogliosa. La chitarra ti spoglia, ti tocca, ti si insinua proprio lì fra le tue gambe troppo magre e insesperte. Basso e batteria come spari sulla tua piccola esistenza da pianista senza talento, colpi su colpi di martello, di mazza ferrata, di spranga, di qualsiasi cosa che non faccia prigionieri. Tastiere sconquassate, suonate col tocco di uno che le sue scale le ha fatte ma poi ha saputo dire no chi gli metteva sul leggio Il Clavicembalo Ben Temperato. Tieni la copertina stretta fra le mani e guardi quelle labbra – che ora si muovono, miagolano, ringhiano, raccontano dolori ancora non provati, peccati tutti da commettere, preghiere da indirizzare a nuovi dei. Quella voce ti racconta la vita che vuoi, infame e tragica, romantica, derelitta, in cui collezionare traguardi laterali, dischi improbabili, droghe da quattro soldi, meteore.
Quella voce ti spiega che gli uomini ti vorranno perché porti con te linfa vitale, la gente ti ascolterà perché sei matta, le strade ti si apriranno davanti perché imparerai a correre davvero. Quella voce ti annuncia che sei già apprendista strega, e un giorno sarai santa, martire, crocifissa. Quella voce ti stampa nel cervello che Gesù è morto ma non per i tuoi peccati: quelli te li sconterai da sola, al cento per cento,  mentre il cuore ti batte così forte da scoppiare, in qualche angolo buio su chissà quale continente. Quella voce è insieme avvertimento e profezia, visione ed anatema: hai 13 anni e sei marchiata per sempre da preziosissime stimmate, rubini rock che vanno a incastonare la tua personale, esclusiva, imprescindibile, inevitabile corona di spine.

Pian piano, nel tempo, capirai meglio le parole, leggerai libri, scoprirai chi sono Mapplethorpe, Rimbaud, Verlaine (Paul e Tom), Charlie Parker, William Burroughs. Ti divertirà l’idea del denaro gratis, ti appassionerai alla sorte di Johnny, ti commuoverai per quel povero bimbo nella sua fattoria del New England che sogna il padre non più umano. Pian piano, negli anni, sentirai parlare di Jackson Pollock e Giovanni Paolo I, sciamani e dervisci, BOC e MC5, mariti che prima proteggono e poi muoiono. Imparerai anche tu ad usare la tua voce sgraziata come un’arma, a saltare su palchi traballanti, ad usare il tuo aspetto come un manifesto. Ad ogni ascolto scoprirai rivelazioni e prospettive, che ti pervaderanno di fame e sete come se fossi un povero eremita nel deserto. A 16 anni ti metterai in viaggio da sola, perché così dev’essere, e da sola in uno stadio impazzito affronterai chi ti ha dato lo schiaffo, chi ti ha reso farfalla. A 41 anni prenderai il tè con lei in un backstage di Olbia – perché il registratore è stato spento e finalmente, per una volta, è stata lei a non volerti lasciar andare. Restituirai lo sguardo sorridendo, ringraziando per quello schiaffo in bianco e nero di tanto tempo fa, che ti ostini a non voler dimenticare. Sure, I’d love some more tea.

Per la serie

Dal divano di dj Lueeza.
(location: qualcosa di F.L.Wright, se non sbaglio.)

A me le serie ospedaliere piacciono quasi tutte, tranne quelle italiane. Così come mi piacciono tantissimo quasi tutte le serie fra il poliziesco classico (Law & Order resta tra i miei preferiti di sempre) e CSI: mi piacciono Numbers, Bones, adoro Cold Case e Senza Traccia. Disprezzo invece NCIS (propaganda repubblicana guerrafondaia della peggior specie) e l’italianissima RIS.

Il mio busillis è proprio questo: come mai le serie americane sono tutte o quasi ben fatte, con storie complesse, interpreti capaci di una larga gamma di espressioni, facce interessanti e endings non sempre happy - mentre le serie televisive italiane sono sempre e soltanto fiction di bassa lega? Mi sono affezionata a Distretto di Polizia per la comicità involontaria di Ricky Memphis, poi quando il suo personaggio è morto ho continuato a vederlo per abitudine, ma lo show è irrimediabilmente scaduto, o meglio si è rivelato al 100% come un’accozzaglia di storie banali dove i buoni vincevano sempre e comunque.

I personaggi delle serie americane sono strani, particolari, ma non rompono le palle con le loro tragedie personali: Mac Taylor di CSI NY (che poi è interpretatoda Gary Sinise, mica l’ultimo arrivato) ha perso la moglie l’11 settembre, ma la cosa è stata solo fatta intuire al pubblico; in CSI Miami Horatio Caine (altra star, David Caruso) ha un fratello incasinatissimo che prima sembra morto poi riappare poi si scopre che ha una figlia illegittima e Horatio è lì che mette toppe a tutte ’ste cose, ma non te lo fanno pesare come un macigno - nel modo in cui ad esempio ci sorbivamo tutte le litigate fra Claudia Pandolfi e sua sorella in Distretto di Polizia. Di altri personaggi ti concedono solo frammenti di scenario familiare, ma la cosa è furbetta e quanto mai intrigante: Lily Rush di Cold Case vive con due gatti strappati alla vivisezione, ed ecco che io mi chiedo perché, mi appassiono a questo tratto che rende la detective così vicina da sentirla quasi amica. Di altri ancora, conosciamo tutte le sfaccettature più dolorose, che sono pero riportate con dignità quasi documentaristica. E.R. in questo caso ha avuto momenti magistrali: dal tentativo di suicidio dell’infermiera Carol fin nella prima puntata, alla lotta di Mark Greene col tumore al cervello, alla devastazione che la sua scomparsa ha lasciato su famiglia e amici. E.R. ci ha fatto vedere l’agonia di un genitore, la perdita di un figlio, la guerra e il sacrificio, la lotta con le assuefazioni più subdole, il conflitto generazionale, la ricerca di un’identità americana nelle famiglie appena immigrate, madri che crescono figli da sole, coppie omosessuali e tentativi di adozione, disabilità assortite. Tutto, almeno apparentemente, senza filtro. E senza mai essere banale. Non si contano le sere in cui mi sono messa a piangere mentre lo guardavo (quando succede, mi prendo in giro da sola, mi giro verso Adriano e gli dico “Oh che serata divertente!” mentre singhiozzo), invece con le fiction italiane l’unica sensazione che provo, dopo circa dieci minuti, è di completa insofferenza.

Possibile che sia solo una questione di budget? Non credo, secondo me è proprio una questione di emancipazione culturale assente da parte di chi scrive e di chi produce. Sono tutti complici nel propinarci prodotti che hanno il sapore di un formaggino, l’odore di un bagnoschiuma a buon mercato: insignificante. Persino gli intepreti fanno parte di questa macchinazione: se fossi Giorgio Tirabassi chiederei di più ai miei autori, vorrei qualcosa di emozionante, se non altro per orgoglio professionale. Invece no, tutti lì a guadagnarsi la pagnotta senza fatica, senza sudore, aspirando al buona la prima perché così si va tutti a casa presto, e chissenefrega se la scena sa di segatura, se la location è rimediata, se la faccia dell’interprete è vuota. Comportiamoci come se fosse tutto un lungo spot della Tim, del Vaporetto Ariete, del burro Prealpi. Mettiamoci una musica che costa due lire e che l’ha fatta mio cugggino, monta al volo e via, è pronto. Vai colla prima serata, per cerebrolesi.

L’Erba del vicino.

Di campagne contro gli abusi, domestici e non, sulle donne ne esistono gia’. E’ il momento di quelle contro la violenza condominiale?
Di dj Lueeza.

”The worst scar you only see with your eyes shut. If you’ve suffered sexual abuse call 180 and know your rights.”
Agency: Santa Clara, Brazil. Qui un altro soggetto della campagna e qui un altro ancora.

Nel giugno 1994, i televisori americani si sintonizzarono su un unico canale: quello dell’ omicido di Nicole Brown Simpson e Ron Goldman - e sul conseguente processo.

Nicole era una bella donna di 35 anni, ex-moglie della star del football (da giocatore prima e commentatore poi) OJ Simpson. Ron Goldman era uno che faceva il cameriere, il personal trainer, si inventava modi di vivere una bella vita che non gli apparteneva naturalmente. A quanto pare, lui e Nicole erano solo amici.

La prima scena proiettata sugli  schermi fu quella di un SUV bianco (un Ford Bronco) su cui OJ scappava dalla polizia dopo il ritrovamento dei corpi. L’ultima, mesi dopo, quella di un verdetto assurdo dove OJ veniva assolto per paura di moti razziali in una Los Angeles già ferita più volte dall’odio collettivo.

Mesi e mesi di schermi puntati su un unica location - l’aula del processo - e un circo mediatico senza precedenti. Nemmeno la prima Desert Storm, con Peter Arnett che telefonava da sotto un tavolo mentre scorrevano immagini del cielo di Bagdad bombardata, aveva avuto quell’impatto. Nel processo Simpson c’era tutto: la coppia Barbie bianca/Bruto nero che prima si era amata poi lasciata malamente (lei aveva chiesto il divorzio a causa di abusi da parte di lui), il possibile “tradimento” con Goldman (ma de che? non erano divorziati?), la star in disgrazia, il razzismo bianco e la rabbia nera. Soprattutto, c’era in primissimo piano la triste questione delle donne vittime di abusi in famiglia; una piaga conosciuta ma spazzata sotto il tappeto, un male sociale considerato un sommario malessere, un paradosso zen di grida di aiuto che restavano inascoltate.

Il processo Simpson finirà per essere ricordato come un esperimento surreale di razzismo capovolto: OJ accusato solo perché nero, mentre in realtà alla fine la giuria lo riscatta dal suo ruolo di carnefice riconoscendolo vittima di secoli di ingiustizia razziale. Ma nei dieci mesi di dibattito processuale, il pubblico americano fu costretto a guardarsi dentro, a legittimare le sofferenze e le paure di tante, troppe donne, troppe vittime: si cominciò a parlare con franchezza di violenza (anche sessuale) domestica, di maltrattamenti fisici e psicologici, di asservimento e rassegnazione di chi cadeva in questa perfida, subdola ragnatela. Si parlò di forze dell’ordine che minimizzavano, di uomini che la facevano franca anche di fronte a volti martoriati, di personale medico che sottoscriveva senza porsi troppi problemi le ripetute scusanti del “sono caduta per le scale” o “ho sbattuto contro la porta”. Si parlò di dove potersi rifugiare, a chi chiedere aiuto, come farsi sentire e come non farsi mai schiacciare l’anima dall’ennesimo schiaffo.

Nel 1994, il mio matrimonio andava a rotoli. La favola rock si era trasformata in un’odissea di incomprensioni, tradimenti e violenze. Al circo mediatico Simpson devo la mia presa di coscienza e di coraggio, la spinta che mi portò a concepire se non altro l’idea di uscirne. Per fortuna non ho avuto bisogno di case rifugio ma solo di una buona terapeuta e di un avvocato sui generis. Il 4 luglio ‘95 (data scelta per il potere simbolico dell’Independence Day), lasciavo il domicilio coniugale e ricominciavo. A febbraio ‘96 concludevo il divorzio, in maniera tutto sommato indolore.

Oggi, l’orrore della cronaca ci costringe a guardare da vicino l’ennesima evoluzione della violenza ingiustificata. Anche stavolta la tragedia è domestica, ma i carnefici sono persone che non fanno parte della stessa famiglia - e quindi decadono i discorsi legati a gelosia, controllo e possesso. Oggi sappiamo che la violenza si può scatenare in maniera così efferata e irragionevole perché si fa troppo rumore, per un marito immigrato, per un bimbo invidiato. Per non andare davanti a un giudice a risolvere una disputa di tipo talmente scemo da essere identificata col cliché della “bega condominiale”. Bega condominiale, praticamente un non-crimine di genere, dove fino a questo momento se andavi alla polizia a dire che il tuo vicino ti aveva minacciato ti guardavano come se la scema fossi tu. Una mia amica, un paio di anni fa, è stata aggredita dai suoi vicini perché lei aveva fatto osservazione su come tenevano il loro cane. Quando si è presentata al commissariato con i punti in testa, l’hanno convinta a non sporgere denuncia. L’hanno invitata a farsi gli affari suoi, a stare tranquilla perché tanto non c’era niente che si potesse fare. Lei, grazie al cielo, ha trovato al volo un altro appartamento e si è lasciata alle spalle tutta quella brutta storia.

Chi è venuto a casa mia sa che anch’io ho dei vicini impossibili. Non temo sviluppi criminali, per carità; spero solo, se mai ce ne fosse bisogno, di riuscire a far capire a chi dovrebbe proteggermi che ormai i confini fra bene e male sono completamente andati, e che anche una coppia di mezza età può essere pericolosa - tanto più se sbandiera ai quattro venti la sua rabbia.

La tristezza enorme che mi deriva dalla strage di Erba nasce dalla sensazione di avere perso definitivamente dei punti di riferimento comportamentali: ennesima tacca su una scala già troppo lunga, dopo mariti che uccidono perché perdono la proprietà della moglie, madri che uccidono perché perdono la brocca, ora aggiungiamo anche i vicini macellai che picchiano, sgozzano, incendiano, per poi dirsi che “senza di loro si sta meglio”.

Non so immaginare quale sarà il prossimo passo. Né lo voglio.

Lueeza.